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Franco Gualdi Team Cagiva Dakar 1988

Hai un minuto per raccontarci la tua Dakar?
Ero partito come assistenza veloce, io come del resto Picard, i nostri protetti erano Bacou e De Petri, a loro spettava l’onore di portare avanti in classifica le Cagiva; ad un certo punto De Petri ha avuto l’incidente, Bacou invece andava al di sotto di ogni aspettativa e quindi mi sono trovato di punto in bianco il meglio piazzato. Avevo accumulato molto ritardo per compiere il mio dovere nei giorni prima, e a quel punto an-che se avessi avuto lo spirito di buttarmi a mo’ di Kamikaze non avrei potuto concludere un gran che, per cui ho fatto la mia gara per giungere al-la fine senza danni, del resto anche psicologicamente non ero preparato a trasformarmi in uomo vincente, e tutto sommato il sesto posto mi appagava.

Hai trovato questa edizione veramente più dura delle precedenti?
Lo scorso anno ho vissuto ben poco della Dakar, sicuramente a mio avviso le prime tappe di questa edizione sono state molto più impegnative di quelle dello scorso anno. Dalla metà in poi direi che la difficoltà dei percorsi non mi è sembrata poi così incredibile, certo i chilometri da per-correre quotidianamente non erano pochi, ma a mio avviso non è stata una gara durissima.

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Come la vorresti in futuro?
L’assistenza medica è sicuramente la cosa che dovrebbe essere maggiormente curata e migliorata, per il resto la Paris-Dakar mi sembra debba essere così; sia il chilometraggio, che la durezza dei percorsi sono stati di mio gradimento, del resto se dovessero farla più facile perderebbe gran parte del fascino che esercita su tutti noi. Se fosse per me limiterei nei regolamenti le assistenze, adesso è permesso di tutto, cam-biare ogni pezzo della moto o delle macchine è una consuetudine ogni sera, invece a mio avviso limitando le sostituzioni a Dakar arriverebbero oltre ai piloti più bravi anche le moto più resi-stenti, naturalmente un regolamento del genere farebbe storcere il naso alle Case, ma questa è la mia idea personale.

La tua moto era perfetta o in che cosa avretri voluto in più o in meno?
Penso che tutti abbiano detto che la propria moto è stata perfetta, e anche io, sinceramente devo dirti che dopo qualche problema iniziale con i parastrappi della frizione, una volta sistemato l’inconveniente, al di fuori delle solite sostituzioni del materiale di consumo, catene, pignone, copertoni, per il resto la moto ha tenuto perfetta-mente fino all’arrivo. Il nostro team era super organizzato; i tecnici e i meccanici e gli uomini della assistenza in genere non ci hanno fatto mancare niente, la moto che avevamo in mano era sicuramente la numero uno, non esito a dire che chi è mancato nel team son stati i piloti, e quando parlo dei piloti non mi riferisco a Picard e Gualdi…

Quante volte sei caduto e per quali cause? Pensi che il rally africano sia più pericoloso delle altre gare motociclistiche?
Sono caduto una volta sola, a 50 km/h, per cui praticamente non sono mai caduto, cioè non ho fatto quelle cadute che abbiamo visto più volte in TV; alla Dakar questi rischi sono all’ordine del giorno, con le velocità elevate e il terreno così insidioso in 12.000 chilometri sarebbe impossibile che non accada a volte anche qualche grave incidente. Sicuramente la Dakar è più pericolosa della regolarità, soprattutto per le alte velocità che si devono tenere su un terreno dove per non rischiare dovresti andare a non più di 50 all’ora. Nella regolarità le velocità sono molto più limitate ma comunque un pilota è sempre ben protetto dai vari accessori come il casco, pettorine, ecc. ecc. Teniamo comunque presente che nei venti giorni dí questa maratona percorri tanti chilometri come in due anni di gare di regolarità e con tutti i partenti che ci sono…

Raccontaci l’episodio più curioso della tua Dakar.
Verso metà gara ero in gruppo con Orioli, Terruzzi e Findanno e abbiamo fatto un rifornimento di benzina sporca, tutti più o meno eravamo in panne, ma l’unica moto che era riuscita a digerire quel surrogato di petrolio è stata la mia Cagiva così ho aiutato Edy tirandolo e spingendolo fino a che la sua moto è ripartita.

Tornerai l’anno prossimo?
Nonostante la Paris-Dakar sia stata la gara più emozionante della mia vita, penso proprio di non parteciparvi più, anche a me è venuto il “mal d’Africa”, proprio per questo penso di non ritornare. Per vincere bisogna rischiare, io mi sono reso conto che pur non rischiando non accusavo dei distacchi elevati e quindi se mi dovessi ripresentare probabilmente cercherei di annullare il divario con i migliori e per fare ciò dovrei rischiare più di quello che voglio.

Fonte Motocross marzo 1988

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Prologo maldetto! Aldo Winkler Dakar 1988

Alla partenza a Parigi tanto fiero di essere nella squadra Honda iItalia B avevo trovato anche gli sponsor ma questa foto mi ricorda un preludio drammatico, la moto rattava al prologo e questa foto documenta che volevo lavorarci ma qui a poco arriverà un inserviente che mi sgriderà minacciandomi di squalificarmi se non me ne fossi andato. Il giorno dopo partirò regolarmente, e farò 800 km al freddo e ghiaccio con il collettore rotto con la moto che rimaneva un po’ accelerata. A 5 km dalla Tour Eiffel si scollarono le ganasce del tamburo del freno posteriore, e dovetti smontare la ruota xper renderla libera. Dopo 300 km si romperà la catena, la giuntai e dopo altri 30 km la catena era ancora crepata.

Mollai la moto ad alcuni spettatori e un gentile signore con la macchina mi prese e a folle velocità mi porto via autostrada alla testa del rally perchè i camion partivano per primi, mi feci dare una catena e tornai indietro a riparare la moto. Ripresi la corsa tuto sudato e ripartii, ma era in estremo ritardo praticamente ultimo e di tanto! Cercando di recuperare e con la moto in quelle condizioni andai il più forte possibile, nella foga saltai un controllo timbro (pena 2 ore di penalità) e arrivai per ultimo a Cale Marsiglia,  e mentre la sistemavo per aggiustarla definitavamente mi presi un rinculo alla caviglia senza stivali nel tentativo di avviarla. Salii sul traghetto dolorante con 2 ore di penalità e distrutto dalla fatica e dalla tensione. I camion di Honda Iitalia si ritirarono e Honda France diede supporto ai piloti ufficiali italiani ma io ne fui escluso, il meccanico aviotrasportato si ammalò e ritornò in Italia. Mi trovai senza assistenza e senza meccanico.  Penserete: quanta sfiga! Si e vero ma la cosa più importante e che arrivai 19° Dakar e senza le due ore di penalità avrei fatto 12°!
Quanti ricordi dentro questa semplice foto…

Testo di Aldo Winkler

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Privati italiani a Dakar 1988

Beppe Gualini sulla sua Suzuki DR650

Beppe Gualini sulla sua Suzuki DR650

Quattordicesimo assoluto, e miglior privato italiano a Dakar, Beppe Gualini è l’unico a potersi fregiare del titolo di privato. Aveva soltanto un meccanico in aereo (il celebre Marietto, piccolino per occupare poco spazio) e qualche cassa distribuita tra i camionisti che gli hanno noleggiato lo spazio.

«È stata dura – ha commentato il bergamasco – la più dura delle mie esperienze. Fortunatamente la mia Suzuki DR 600 ha marciato come un orologio, senza mai denunciare guai seri. Ma ho faticato più che mai: questa gara sta diventando davvero proibitiva peri piloti che non hanno una vera squadra alle spalle, con il massaggiatore, numerosi ricambi e tutto».

Aldo Winkler, che ha noleggiato una monocilindrica ufficiale dell’anno scorso e si è appoggiato alla Honda Italia, ha avuto meno problemi; ma ha pagato subito tre ore di penalità saltando un controllo a timbro fra Parigi e l’imbarco: tre ore che alla fine hanno pesato sul piazzamento.

Aldo WInler su Honda a Setè

Aldo Winkler su Honda a Setè

 

«Questa corsa — ha sintetizzato a Dakar — chiede al pilota una sempre maggiore concentrazione. Spesso mi sono chiesto: ma chi me lo ha fatto fare? E devo dire che non ero allenatissimo perché gli impegni di lavoro mi tengono occupato tutto l’anno. Ma è una corsa affascinante: tra pochi mesi morirò dalla voglia di ricominci-re, anche se oggi sono stanco morto».

Bruno Birbes è il privato “ricco”: con due soci motociclisti ha messo insieme un budget di 300 milioni ed era assistito da un camion personale e da due meccanici in aereo. Concessionario BMW a Brescia, ha corso con la bicilindrica finendo diciannovesimo.

«Sono arrivato a Dakar per la prima volta — ha detto Birbes —ma anche per l’ultima. Giuro che una faticaccia del genere non ho più nessuna intenzione di sobbarcarmela. Mi ha salvato l’esperienza».

Bruno Birbes sulla sua BMW

Bruno Birbes sulla sua BMW

Sono stati soltanto otto gli italiani capaci di arrivare in fondo alla Parigi-Dakar. Vederli arrivare sera per sera, stanchi morti e ricoperti di polvere, con mille avventure da raccontare ad ogni bivacco, è stato bello e appassionante.

Fonte Motociclismo
Special Tks Stefano Massenz per l’articolo

Incredibile Pierre Marie Poli alla Dakar 1988

Tresseras 1988

R. Tresseras Dakar 1988

Un eroico Tresseras R. fra le dune della Dakar 1988 su una Honda XL 600 LM molto vicino al modello di serie. Zaino, sacco a pelo e bisacce di cuoio. Epico!

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Giorgio Grasso Dakar 1988

Giorgio Grasso fa rifornimento alla sua Yamaha BYRD durante la Dakar 1988. Edizione non molto fortunata per lui conclusa per caduta e una frattura ad una gamba.

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Mercandelli e Grassotti con le 125 verso la Dakar 1988

Carlo Alberto Mercandelli aveva la concessionaria Volkswagen che vantava la più numerosa clientela motociclistica su tutto il territorio italiano. Dal suo salone di Casale Monferrato uscivano le auto dei piloti del cross, dell’enduro e anche della velocità.
C’era un perché a questo, e la ragione va oltre l’immancabile sconto. Carlo Alberto dopo essere stato un pilota di cross di ottimo livello era rimasto nel giro come responsabile giovanile del cross nazionale. Una’attività che aveva mantenuto viva la passione e la voglia di guidare.
Così dopo una prima esperienza alla Parigi-Dakar ’86, ed il quindicesimo posto assoluto e primo di classe (con una Yamaha 350) al Rally dei Faraoni, ritentò l’avventura.
«Gli impegni con la FMI mi tengono occupato da febbraio ad ottobre, e mi restano. i mesi invernali da dedicare alla moto. Così mi sono avvicinato ai rally e in Africa ho trovato il mio terreno preferito. L’Africa è meravigliosa. Il contatto ed il contrasto tra terra e cielo offrono sensazioni uniche».

Non mancano neppure gli imprevisti...
«Già, nel 1986 dopo una decina di giorni di gara un ragazzino nella notte mi rubò gli stivali. Partii per la tappa in scarpe da ginnastica ma non feci molta strada. Sono caduto quasi subito ritirandomi per una lussazione alla clavicola».

Quest’anno le difficoltà te le sei andate a cercare correndo con una 125.
«Certo è un po’ una follia, e se ci avessi pensato sopra probabilmente avrei rinunciato a questa avventura. Invece la decisione è stata maturata in tutta fretta. la Yamaha-Belgarda si è offerta di aiutarmi purché corressi con una 125 Ténéré di serie».

Molto più ponderata è stata la scelta di Giovan Battista (detto «Batti») Grassotti, iscritto alla Parigi-Dakar con una Aprilia Tuareg Rally 125.
«L’idea di correre con una 125 mi è venuta lo scorso anno mentre da Niamey rientravo a Parigi dopo essermi ritirato.
Essere il primo ad arrivare a Dakar in sella ad una 125 sarebbe meraviglioso, naturalmente sarei contento di farcela insieme a Mercandelli. io davanti e lui dietro».

Avere un compagno di cilindrata, anche se avversario di marca, ti sarà di aiuto?
«Sicuramente. Sono molto felice di non essere il solo a provarci. In due possiamo darci una mano ed abbiamo maggiori probabilità di farcela».

Tu ci credi?
«Tecnicamente non vedo perché una buona 125 moderna non dovrebbe riuscirci. Il problema sarà che, non essendo veloci, saremo costretti a guidare per molte ore al buio».

Ndr. La Dakar di Mercandelli si fermò il 4 di gennaio nella tappa Sahan Berry-Bir Larache. Quella di Grassotti durante la quinta tappa.

Fonte Motosprint
Si ringrazia Clemente Chiappa per le foto

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Team Cagiva alla Dakar 1988

I piloti sono: Serge Bacou, Alessandro De Petri, Gilles Picard e Franco Gualdi.

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Claudio Terruzzi Dakar 1988

Claudio Terruzzi su Honda NXR 750 alla Dakar 1988 dove concluse 5°

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Foto di gruppo Dakar 1988

Italiani a Dakar, in piedi da sinistra Findanno, Birbes, Orioli, Terruzzi e Gualdi. In ginocchio Picco, Gualini e Winkler.