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Hau e Balestrieri Dakar 1986

Heddy Hau insegue un coriaceo Andrea Balestrieri sul podio nella classifica finale della Dakar 1986.

Balestrieri, Zanichelli, Folignati e Bergamaschi.

I tre “parmigiani” alla Dakar 1983

Tratto da un’articolo del 1982, un estratto che presenta il team “parmigiano” che partecipò alla Dakar 1983.
Da notare il linguaggio con cui viene trattato l’argomento Paris Dakar, che per l’epoca, il 1982, era ancora un’argomento sconosciuto alle grandi folle di appassionati.
Ringraziamo l’amico Alfredo Margaritelli che ci ha inviato il materiale di questo articolo.

Una grande grande avventura tra le più affascinanti e impegnative piste dell’Africa. Da una parte gli elementi naturali e le loro leggi dall’altra i piloti, le moto, le macchine, gli autocarri e la loro tecnica, danno vita a una grandiosa sfida.
E’ una prova per il morale e il fisico di ogni partecipante, molto più di un semplice rally, è prima di tutto una corsa “totale”, soprattutto non un raid. Tra le manifestazioni di questo tipo è senza dubbio la più importante a livello mondiale. Una corsa di grande prestigio sia per i piloti che per le case motociclstiche e automobilistiche, seguito nella sua preparazione e nel suo svolgimento con passione dagli sportivi, con sempre più interesse e curiosità dalla stampa e dalla televisione. Alla prossima edizione di questa incredibile corsa parteciperanno anche Alessandro Zanichelli, Paolo Bergamaschi, Andrea Balestrieri. Spinti da una grande passione e sorretti da una grande esperienza motociclistica questi tre piloti affronteranno i 10.000 Km. della corsa con la precisa volontà di riportare un prestigioso risultato. Se la corsa é difficile, preparazione per affrontarla sarà accuratissima. Piloti ben allenati e moto affidabili sono i presupposti che non mancheranno. Ma non bastano: verrà preparata e iscritta alla corsa una macchina 4×4, su cui prenderanno posto un pilota esperto delle piste africane e un meccanico in grado di intervenire sia sulle moto che sull’auto. Quest’auto sarà importantissima. Ad essa sarà affidata l’assistenza e il trasporto dei ricambi delle moto. Moto, auto e uomini verranno collaudati preventivamente in una ricognizione in Algeria nel prossimo ottobre (ndr.1982).
Nessun particolare verrà trascurato; un piccolo difetto diventa un grosso problema nell’esasperazione di una corsa i n Africa. I costi di preparazione e partecipazione a questa gara dovranno essere coperti da adeguate sponsorizzazioni.
Da qui la preoccupazione di rendere questo avvenimento molto conosciuto e interessante.
Vi sarà così una presentazione sia attraverso la stampa locale e nazionale sia direttamente in una serata in cui saranno proiettate diapositive e filmati della scorsa edizione. Inoltre una rivista nazionale del settore pubblicherà un reportage diretto effettuato dai tre piloti e un servizio fotografico di un professionista a seguito della corsa.
Chi sono i 3 piloti? Prima di tutto sono tre grandi amici: conoscono vicendevolmente le doti e le debolezze di ciascuno. Affamatissimi, sanno capirsi e integrarsi perfettamente; non dovrebbero esserci bisogno di sottolineare l’importanza di queste cose in certe situazioni.

ALESSANDRO ZANICHELLI
Nato a Parma il 10.1.1960, studente in ingegneria. Pilota di motocross ed enduro dal q974, quando ha vinto il campionato italiano dei Giochi della Gioventù di motocross.
Campione regionale nel 1980. Grande esperienza motociclistica conseguita in raid in Europa ed in Africa.
Fermato da un incidente quando sembrava dovesse esplodere, dopo due anni di inattività ha saputo ricominciare con grande volontà ed entusiasmo. Pilota veloce, estroso, spettacolare, di grande presenta di spirito, è considerato il jolly del gruppo.

PAOLO BERGAMASCHI
Nato a Parma il 20.1.1959, studente in architettura. Nel 1976 ha cominciato a dedicarsi alle corde di enduro a cui ha alternato qualche gara di motocross. Dopo un paio di stagioni di scarso impegno, sempre più contagiato dalla “malattia” delle moto ha voluto bruciare le tappe per potersi cimentare nelle corse più importanti e impegnative.
Campione regionale di enduro nel 1980 e nel 1981 ha disputato tutte le gare di campionato italiano, europeo e mondiale di enduro.
Pur non cogliendo risultati eclatanti, ha dimostrato, giungendo regolarmente al traguardo anche le gare più difficili e ottenendo regolari piazzamenti, una grande affidabilità e capacità. E’ metodico, molto preciso e determinato: una sicurezza.

ANDREA BALESTRIERI
Nato a Parma il 2.5.1959, studente in Economia e Commercio. Campione regionale e italiano cadetti di enduro nel 1979. Campione regionale, secondo classificato nel campionato italiano juniores di enduro e campione nazionale agli universitari di motocross del 1980, 13° classificato ai campionati europei e 5° ai campionati mondiali di enduro del 1981. Tanta esperienza e tanti risultati: la conferma per un pilota che ha dimostrato grandi capacità e grande volontà per arrivare a questi livelli.

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Andrea Balestrieri Dakar 1983

Non tutti lo sanno, ma il primo italiano a vedere il traguardo tanto ambito di Dakar, fu Andrea Balestrieri nel 1983. Su una Yamaha Xt 550 con poche modifiche rispetto al modello di serie si classificò al 24° posto nella classifica generale.

La moto dopo mille vicissitudini è finalmente in buone mani, Angelo e Filippo di Dune Moto la accudiscono con la cura ed il rispetto che merita.

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Honda NXR 750 Dakar 1988

Gli ottimi risultati conseguiti dai piloti italiani nelle maratone africane e in particolare nella Parigi-Dakar, cominciano ad avere il giusto riconoscimento da parte delle Case giapponesi. Per la prima volta quest’anno la Honda Italia potrà scendere in campo con le stesse moto affidate dalla Casa madre alla consorella francese.

Uno dei piloti di punta del team italiano, posto sotto la guida tecnica di Massimo Ormeni, sarà Andrea Balestrieri che sulla pista per Dakar condurrà la versione ’88 della NXR 750, vincitrice nel 1987 con Cyril Neveu della maratona africana. Lo stesso “Balestra” ci ha illustrato al Motor Show di Bologna l’arma con la quale tenterà di diventare il primo italiano vincitore della Parigi-Dakar. Balestrieri ha già provato la NXR 750 in Tunisia e ne è entusiasta.

«Rispetto alla monocilindrica che guidavo l’anno scorso, la NXR 750 è tutta un’altra cosa. E una moto particolarmente equilibrata, sfruttabilissima già ai bassi regimi di giri. Si può riprendere in quinta da 2000 giri senza che il motore denunci il minimo problema. La velocità di punta sui rettilinei sterrati è fantastica, oltre 190 km/ora, contro i 160 scarsi della monocilindrica. Nonostante sia più pesante e voluminosa, si manovra altrettanto bene e la posizione in sella è senz’altro più comoda e meno affaticante. Inoltre, rispetto alla monocilindrica il motore è meno “tirato”, a tutto vantaggio dell’affidabilità, elemento determinante nel-e maratone come la Parigi-Dakar. Gli unici problemi di tenuta possono sorgere nel misto stretto e sulle pietraie, dove peso e ingombri si fanno sentire, ma sulle immense distese di sabbia la superiorità delle bicilindriche non si può mettere in discussione.

Si tratterà piuttosto di riuscire a mantenere per oltre venti giorni il forsennato ritmo che moto come la NXR sono in grado di consentire».

«Sotto il profilo tecnico», prosegue Balestrieri «la versione ’88 della NXR 750 non ha subito sostanziali modifiche rispetto alla moto che ha vinto la Dakar lo scorso anno. Alla HRC (il reparto corse Honda) hanno lavorato soprattutto sui diagrammi della distribuzione per rendere l’erogazione della potenza fluida e costante a ogni regime. Sono state poi adottate numerose soluzioni in grado di semplificare il lavoro dei meccanici nelle operazioni di manutenzione.
Per esempio è stata ricavata sul cilindro un’ampia finestrella per il controllo della fase e la registrazione delle punterie.
In una gara come la Dakar è importante valutare ogni minimo particolare, a questo proposito un elemento che può apparire di scarsa importanza come la stampella laterale è stata invece frutto di un attento studio, non solo per quanto riguarda la ovvia robustezza del materiale, ma anche la forma e l’inclinazione necessarie per offrire il migliore ancoraggio sulla sabbia.

«Lo staff di Ormeni», spiega Balestrieri «ha ulteriormente migliorato quanto fatto in Giappone e si è preoccupato di fornire la motocicletta di tutti gli accessori necessari per affrontare una dura e imprevedibile maratona quale è la Parigi-Dakar.

Come si sa, uno dei problemi più difficili da risolvere è rappresentato dall’orientamento.
Ad aiutarmi quest’anno ho addirittura una bussola da elicottero e due sofisticati tripmaster elettronici. Le tappe della Dakar prevedono anche trasferimenti notturni e in condizioni di scarsa visibilità, indispensabile quindi un più che efficiente impianto di illuminazione. Il doppio gruppo ottico anteriore ha la potenza di un faro alogeno da vettura da gran turismo tanto che abbiamo avuto problemi per trovare una griglia di protezione in grado di sopportare il notevolissimo calore sviluppato.
Potente anche il fanale posteriore che per ragioni di sicurezza è doppio La capienza del serbatoio è rimasta di 55 litri (di cui 20 in un secondo serbatoio ricavato nel retrotreno e 17,5 ripartiti nei due alloggi laterali). La moto pesa a vuoto 180 chili, ma a pieno carico supera i 230, meglio non pensare cosa può succedere se cade per terra!»

Fonte Tuttomoto

Special tks Enrico Bondi

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Saluti da Dakar 1984

Cartolina con tanto di dedica di Beppe Gaulini #29 a Giampiero Findanno #82 e Andrea Balestrieri #84.

Foto gentilmente offerta da Giampiero Findanno.

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Andrea Balestrieri e il podio alla Dakar 1986

È stato l’unico italiano fra gli ufficiali a non vincere una prova speciale alla Dakar 1986, ma alla fine Andrea Balestrieri è risultato il migliore con la terza posizione assoluta dimostrandosi un gran passista. Dote riconosciutagli per lo meno quanto quella di navigatore d’eccezione.

«Ho finito la gara a due ore e quindici minuti da Neveu spiega Balestrieri e posso dire esattamente dove ho preso questo ritardo: un’ora e mezza se n’è andata nel Ténéré e dintorni, un’altra mezz’ora proprio giunti quasi al confine con il Senegal, a Rosso, dove ho sbagliato pista. Ne ho presa una apparentemente parallela, che invece mi ha portato fuori strada. Però a quel punto dovevo tentare anche se il distacco era importante e non c’erano molte possibilità di recuperare sui bicilindrici di Neveu e Lalay».

Tu hai avuto, dopo la gara, la possibilità di provare tutte le moto protagoniste quest’anno nel test organizzato per la stampa. Quali sono state le tue impressioni?

«In due parole posso dire che la Yamaha FZ 750 ha una potenza esagerata, ma una curva di utilizzazione sfavorevole, oltre ad essere troppo pesante. E’ un mostro difficile da guidare, quindi complimenti ad Olivier La Yamaha mono è più o meno simile alla nostra Honda. Complessivamente si equivalgono. La Honda bicilindrica ha una buona potenza, distribuita molto bene, ma si può lavorare ancora sul telaio, mentre la BMW mi ha sorpreso complessivamente: ottimo motore, ottima coppia, buona guidabilità. Non deve stupire, in effetti: prima con Auriol poi con Rahier, BMW ha fatto moltissima esperienza, ora la sfruttano.

Fonte motosprint

Honda XL600L

Honda XL 600L 1986

Le moto giunsero direttamente dal Giappone ai primi di dicembre; furono allestite dal reparto Ricerche e Sviluppo, R & D, sulla base dei due prototipi utilizzati da Balestrieri e De Petri al Faraoni, quindi erano delle monoclindriche derivate dalla XL 600 LM.

La squadra della Honda France disponeva invece di macchine spinte da propulsori bicilindrici sviluppate dalla HRC, più potenti ma alla loro prima esperienza desertica. I responsabili della filiazione italiana vollero privilegiare il mono per le maggiori garanzie che esso offriva in fatto di affidabilità, ad ogni modo andava sempre considerato che per realizzare queste motociclette in Giappone la Casa madre investii, solo nello studio, la bellezza di un miliardo di lire. 

La macchina aveva alesaggio e corsa di 100 x 82 mm per una cilindrata di 643 cc.; la potenza non era notevolissima a causa della scarsa qualità delle benzine reperibili in territorio africano, comunque si aggirava sui 51 cavalli ottenuti con un rapporto di compressione pari a 8,5:1 e con un carburatore singolo da 40 mm di diametro.

Con cambio e frizione strettamente derivati dalla XL di serie, la Honda della Dakar riusciva a spingere una velocità massima di circa 170 chilometri orari, grazie anche alla nuova carenatura che, dai test effettuati in Giappone, aveva dimostrato la propria validità consentendo di guadagnare circa 10 chilometri l’ora.

L’interasse era di 1520 mm, sulle moto di Balestrieri e Orioli, mentre per De Petri la macchina era un po’ più corta perché «Ciro» aveva richiesto una diversa inclinazione del cannotto di sterzo; la forcella è da 43 mm ed è della Showa come il monoammortizzatore che lavorava su un Pro Link ridisegnato con leveraggi al di sotto della linea del forcellone.

Interessante la soluzione adottata per la carena, in tre pezzi, che nella parte inferiore aveva due serbatoi per l’acqua di scorta e per circa un chilo di lubrificante da utilizzare in caso di necessità; la capacità del serbatoio carburante era di 36 litri che venivano aumentati a 55 da quelli posteriori.

All’arrivo di Dakar si classificarono; Balestrieri al 3° posto, De Petri 5° e Edi Orioli 6°.

Aprilia Tuareg Wind 600 1989

Aprilia Tuareg Wind 600 1989

Per la prima volta l’Aprilia partecipa alla Dakar 1989 in forma ufficiale: i piloti sono Andrea Balestrieri e Alessandro Zanichelli, due affermati specialisti delle maratone africane, e le moto derivano dalla Tuareg Wind 600 di serie.

Sono modificate per l’impiego specifico nella Dakar con un grande serbatoio principale che funge anche da carenatura mentre il cupolino col doppio faro rimane quello di serie. Il motore è il classico Rotax monocilindrico a quattro valvole ampiamente riveduto dai tecnici Apri-lia per accrescerne l’affidabilità. 

Il raffreddamento rimane ad aria ma è stato aggiunto un radiatore dell’olio a quello già esistente, per diminuire la temperatura del lubrificante. Potenza dichiarata 46 cavalli, uguale a quella di serie nonostante sia diminuito il rapporto di compressione per utilizzare benzine povere d’ottani. Il carburante viene inviato al carburatore Dellorto da una pompa a depressione collegata al motore.

Oltre ai serbatoi della benzina ce ne sono altri due posti in basso davanti al motore, che conten-gono la scorta obbligatoria di acqua di 5 litri e del liquido energetico che il pilota può bere direttamente in gara tramite una piccola pompa elettrica azionata da un interruttore sul manubrio.

Il cruscotto dispone di una abbondante numero di strumenti con termometro dell’olio, contagiri, trip master ed una piccola bussola tradizionale. Anche la parte ciclistica deriva dalle moto normalmente in vendita ed è basata su un telaio monotrave in acciaio speciale con tubi a sezione qua-dra.

Le sospensioni vedono aumentata considerevolmente l’escursione ed il forcellone po-steriore è ora in alluminio. Per i freni all’anteriore c’è un doppio disco con pinze Brembo flottanti a singolo pistoncino premente, mentre dietro l’unico disco misura 220 mm.

Per l’articolo e le foto si ringrazia Andrea Torresani