Una radice.
Una semplice radice, nascosta nella sabbia africana, a venti chilometri dal sogno. Fu quella radice a spezzare entrambe le gambe di Hubert Auriol, a infrangere la corsa verso la sua terza vittoria alla Dakar, a cambiare per sempre il destino di un uomo e di una macchina, di lui e della Cagiva.
Era il 21 gennaio 1987, e il deserto respirava calore e silenzio.
Il vento portava con sé il suono dei motori e la polvere dei grandi. Hubert guidava con l’istinto dei predestinati, con sette minuti di vantaggio sul suo rivale, Cyril Neveu. Sette minuti: il sottile confine tra la gloria e l’oblio. Poi, d’un tratto, la radice.
Un colpo secco, la caduta, il dolore che esplode come una fiamma improvvisa.
Marc Joineau lo trovò a pochi metri da quella maledetta radice, in preda a grida di dolore, ma determinato a non arrendersi.
Cercava di rialzarsi, di rimettersi in moto, come se la mente potesse ignorare la carne. Marc lo aiutò a risalire sulla moto, accese il motore e rispettò la sua volontà: continuare, a qualsiasi costo. Hubert non voleva pietà, voleva solo finire.
Così ripartì. Venti chilometri.
Venti infiniti chilometri di sabbia, di scosse, di urla trattenute sotto il casco.
Ogni sasso, ogni buca, ogni vibrazione era una ferita che si apriva.
Eppure, Auriol avanzava.
Il dolore diventava carburante, la sofferenza una promessa.
Nel frattempo, Neveu tagliava il traguardo.
I cronometristi si voltavano verso l’orizzonte, cercando con lo sguardo quella sagoma bianca e rossa che ancora non appariva. I minuti passavano: sette, poi sei, poi cinque.
E infine, dal deserto, arrivò il ruggito della Cagiva.
Auriol tagliò il traguardo con poco meno di due minuti di vantaggio.
Era ancora in testa.
Era ancora il primo.
La moto si spense. Sotto il casco si udì un singhiozzo, un urlo che era dolore e liberazione insieme.
Quando lo aiutarono a scendere, nessuno poteva immaginare l’entità del dramma.
Solo quando gli tolsero gli stivali, la verità si rivelò in tutta la sua crudezza: le ossa della caviglia destra fuoriuscivano dalla pelle. René Metge, il direttore di corsa, gli prese la mano mentre i medici gli iniettavano morfina.
Rahier si avvicinò, forse per consolarlo, ma Hubert lo scacciò con un gesto: non voleva parole, solo dignità.







