E’ invece durante il 1985 che un giovane architetto bergamasco di nome Torri si presenta all’Amministratore Delegato della Moto Guzzi, il rag. Donghi, chiedendo una V65TT con l’obiettivo di iscriversi alla gara più dura del mondo. Donghi non è entusiasta della cosa, ma alla fine acconsente, sia perché la Guzzi non si impegnerà ufficialmente, sia perché Torri è disposto a condividere le spese dell’avventura.

La moto nasce e si sviluppa nel reparto esperimenti di Mandello ed alla fine assomiglia ben poco alla V65 TT di serie. Sospensioni di lunga escursione, telaio irrobustito, motore preparato, serbatoio da 50 litri realizzato dagli abili battilastra di Mandello, sella monoposto sono gli elementi di quella che sarà poi chiamata V65 Baja, una moto dalla storia singolare.

Prevista infatti in un unico esemplare, se ne costruiranno 17, perché l’importatore francese ne chiede 15. Ed infatti due di queste moto si iscriveranno con piloti francesi di quella scuderia alla P-D del 1986. La Baja arriverà ad un passo dalla produzione di serie, e verrà anche presentata al salone di Milano del 1985.

Purtroppo al momento della preparazione del prototipo per la Dakar non c’erano ruote a raggi che potevano essere reperiti sul mercato per adattarsi alla trasmissione finale della V65, si è quindi deciso di gareggiare con le ruote stock, finendo però per essere l’anello debole delle Moto Guzzi, che cominciarono ad accusare rotture dei raggi a causa dei carichi laterali imposti dal cardano nella sabbia profonda, obbligando Torri al ritiro.

Nel 1988, Yamaha Sonauto scommette ancora su un monocilindrico per la Dakar, ma la 750YZE ha poco in comune con la XT680 dell’anno precedente. Il motore, che sfrutta la tecnologia del marchio Genesis, è un 757 cm3 cinque valvole (3 di aspirazione, di scarico 2) con raffreddamento a liquido. YZE-750-1988-3

Più pesante ma è anche più potente a tutti i regimi (56 CV) e consuma molto meno. Testato nel rally dei Faraoni, in 450 km di pista, permette un risparmio di 8 litri rispetto al XT680. Il telaio è una semplice doppia culla sospesa da una forcella Kayaba al monoammortizzatore Ohlins davanti e sul retro e mousse Michelin. A secco, la nuova Ténéré pesa 158 kg sulla bilancia e permette il carico di 53 litri di carburante, di cui 35 nella parte anteriore. 

Durante il Rally dei Faraoni nel 1987, la moto ha problemi tecnici dovuti al motore a doppia accensione che crea problemi di surriscaldamento.
Picco e Charbonnier sono entrambi costretti al ritiro, mentre Stephane Peterhansel rompe una guarnizione di testa il giorno prima dell’arrivo. Due giorni di test in Tunisia e quasi 8.500 miglia percorse confermano un grande guadagno in termini di affidabilità.

Quattro di queste moto saranno affidati a Sonauto Yamaha, supportato da Mobil, e altri quattro per il team italiano Yamaha-Belgarda. Intorno Franco Picco, leader indiscusso della squadra, c’è Medardo, Grasso e Alborgetti. La parte francese, Thierry Charbonnier, Andre Malherbe, Stéphane Peterhansel e il patron Jean Claude Olivier.

YZE 750 1988

La Dakar 1988 sembra condensare le difficoltà delle edizioni precedenti: in questo ambiente duro, molto veloce, la Yamaha 750 YZE fa pensare che sia la moto pronta ad un grande successo. Franco Picco resta in testa per quasi due settimane, mentre Carlos Mas, Peterhansel e Charbonnier si aggiudicano diverse speciali.
Questa edizione verrà anche ricordata per il drammatico incidente André Malherbe e per l’annuncio di Jean-Claude Olivier, che concluse settimo assoluto e annuncerà il suo ritiro dalle competizioni in polemica con gli organizzatori.

Quanto a Carlo Alberto Mercandelli, simpaticissimo concessionario Volkswagen ed Audi di Alessandria, la sua avventura alla Dakar del 1990 è stata ancora più rocambolesca.

«Ero assieme ad altri due piloti racconta siamo stati avvisati da un elicottero dell’organizzazione che eravamo sulla strada sbagliata, ma facendo un tratto fuoripista per arrivare al percorso giusto mi si è fermata la mo-to forse per la rottura di una valvola.
Era impossibile sperare in un soccorso essendo lontano dalla strada che avrei dovuto percorrere e non sapevo nemmeno dove mi trovavo. Ma non mi è nemmeno passato per la testa di accendere la balise non volevo mollare e non volevo terminare così la mia gara.

«Dopo cinque ore quando già cominciavo a calcolare acqua e cibo in mio possesso ho visto da lontano dei tuareg con dei cammelli. abbiamo legato la moto agli animali e mi hanno tolto dalla sabbia molle in cui mi ero piantato, poi uno di loro è andato a prendere un pick up e mi ha caricato assieme alla moto. Pagando s’intende.

«Sembrava finita, ma dopo un po’ l’autista mi ha mollato dicendo che doveva andare a lavorare. Così ho fermato un camion enorme locale ma guidato da un italiano. Ha preso su me e la moto ma dopo 3 km ha anche aggiunto che per portarmi ad Agadez voleva 10 milioni di lire, davvero troppo. Ha replicato che se non avessi accettato mi avrebbe scaricato.

E ha fatto. Così ho preso una fila di altri mezzi di trasporto tra cui alla fine anche un pullman di linea. C’è voluto un milione per convincere l’autista a contravvenire al regolamento ed a caricare me e soprattutto la moto, ma alla fine ce l’ho fatta. E tra polli, galline ed autoctoni sono riuscito ad arrivare ad Agadez».

Una bella avventura, ma raccontata solo a metà. Perché l’irriducibile Mercandelli ovviamente non si è accontentato di arrivare a destinazione: una volta in città infatti ha rintracciato la sua squadra ed ha fatto riparare la moto, mentre si faceva una doccia, trovando anche il tempo per radersi.

Dopodiché, lavato e profumato, si è presentato all’arrivo di tappa attorno alla mezzanotte, dopo aver telefonato a casa per tranquillizzare i familiari che il giorno dopo avrebbero letto del suo mancato ritrovamento; una notizia risalente a molte ore prima. In questo modo si è così potuto presentare «regolarmente» a motore acceso e continuare la gara, gravato della penalizzazione forfettaria per il grande ritardo, di altre tre ore per il salto del controllo a timbro e di un distacco elevatissimo in classifica generale; ma ha comunque proseguito alla volta di Dakar.

Particolare di non trascurabile rilievo: siccome non esistono testimoni di tutte queste vicende, l’organizzazione non ha potuto prendere sanzioni nei confronti di Mercandelli. Le voci girano, ma le prove no, per la gioia del Team Assomoto che dopo aver portato a Dakar quattro piloti lo scorso anno sta tentando di ripetere l’impresa con tre, visto l’imprevisto ritiro di Canella, che assieme a Girardi completava la squadra.
(fonte motosprint)

Nuovi colori per le Yamaha-Belgarda monocilindriche da 660 cc. che parteciperanno alla Parigi Dakar 1987, strettamente impa-rentate con quelle vincenti al rally dei Faraoni.

Tecnicamente va segnalata l’adozione del freno a disco posteriore da 200 mm di diametro che va ad affiancarsi all’anteriore da ben 300 mm, si è provveduto anche al recupero della benzina che in precedenza traboccava dalle vaschette dei carburatori, attraverso gli sfiati, adottando una piccola pompa di ricircolo. 

L’alimentazione infatti avviene tramite una pompa a depressione che provvede a prelevare carburante innanzitutto dai serbatoi laterali e poi da quello principale. Da notare che quest’ultimo è costruito in due sezioni distinte incernierate longitudinalmente in alto; l’apertura ad ala di gabbiano facilita la manutenzione e, in caso di caduta, limiterebbe la fuoriuscita di benzina.

Nell’immagine dall’alto si vede chiaramente anche la posizione del filtro aria a cartuccia mentre senza sella, appare evidente la conformazione portante dei serbatoi laterali che reggono sedile e codino; qui è previsto lo spazio per la scorta d’acqua, da trasferire nello spoiler anteriore solo nelle tappe più lunghe.

Parigi – Sirte – Le Cap 1992: il confine sud del Ciad segna l’ingresso dell’Africa Nera, ma non per tutti. Per Alessandro De Petri l’Africa è diventata nera molti chilometri prima, in Niger. È riuscito ad arrivare in moto a Dirkou, ma lo ha fatto con la clavicola destra fratturata. impossibile ripartire il giorno dopo.
Così, ancora una volta, «Ciro» si è visto sfuggire dalle mani una gara che sentiva di poter vincere, e la sua rabbia è quasi palpabile, resa ancora più forte dalla incredibile dinamica dell’incidente.

«Sono arrivato al rifornimento davanti a tutti— si sfoga ma i km dopo essere ripartito ho tolto una mano dal manubrio per sistemare il road book, perché la carta non scorreva. Non l’avessi mai fatto!
Stavo andando piano, ma ho preso una buca e la moto si è messa di traverso. Non ho nemmeno fatto in tempo a riacchiappare il manubrio, e con una mano sola davvero non potevo sperare di controllare la mia Yamaha, per giunta con il pieno. Mi ha buttato per aria ed ho picchiato duro. Che incidente stupido!».

De Petri parla a ruota libera, senza interrompersi. Non riesce ad accettare il ritiro, non riesce a capacitarsi della sfortuna che continua a perseguitarlo.
«Non puoi spiegare cosa provi quando ti succede una cosa del genere. Non puoi accettare di doverti fermare così dopo 8 mesi di preparazione.
Ore e ore passate in palestra ogni giorno e un’équipe di persone che lavora per preparare la tua gara. Subito dopo la caduta non riuscivo a tenere gli occhi aperti, ed ho perso i sensi. Quando lí ho ripresi mi sentivo come se mi stessi risvegliando da un brutto sogno, come se tutto dovesse finire lì. Evviva, ho pensato, ma quando ho messo a fuoco il casco di Peterhansel, che si era fermato per aiutarmi, ho capito che purtroppo non era solo un sogno».

«Ciro» però non ha voluto rassegnarsi al ritiro. Non ancora. (fonte MS)

La Dakar 2003 (noi la continueremo a chiamare così anche se questa edizione prese il via da Marsiglia ed arrivò a Sharm El Sheik) verrà ricordata come quella del “dominio austriaco assoluto” per via delle 15 moto “orange” nelle prime 15 posizioni!

Per il vincitore Richard Sainct, la gara è stata più “semplice”, la moto ha retto bene e non è incappato in incidenti e si aggiudica il titolo di re della Dakar, il terzo dopo i successi del 1999 e del 2000 a pieno merito. Il francese nelle 17 tappe totali della competizione è giunto 5 volte primo, due volte secondo e due volte terzo: insomma, è stato semplicemente il migliore.

Cala quindi il sipario anche su questa edizione della Dakar che, sebbene non abbia più il fascino di un tempo, e risenta degli effetti del turismo da globalizzazione e delle minacce del terrorismo internazionale, ha mantenuto la sua vitale spettacolarità.
La KTM 660 di Richard Sainct si rivela una perfetta macchina da deserto che ha raggiunto con questa edizione la definitiva maturità.

L’anno del debutto di Jordi Arcarons alla Dakar è il 1988, edizione a cui partecipa su una moto di origine catalana, la Merlin, con la quale si classifica 31° assoluto e primo nella categoria 500 cc.

Jordi Arcarons, velocissimo pilota nel deserto, ha vinto ben 27 tappe in 14 edizioni a cui ha partecipato, quasi un record considerando che meglio di lui ha fatto solo un mostro sacro della Dakar, il francese Stephane Peterhansel che ne ha vinte ben 33.

Un pilota formidabile che pur non avendo mai vinto la competizione, ha concluso sul podio ben 5 edizioni (3 volte secondo e 2 volte terzo).

Utilizzando i motori ufficiali BMW bicilindrici boxer di 1020 cc, il team Ecureuil si ripresenta alla Dakar 1989 con la stessa rivoluzionaria moto utilizzata l’anno precedente. Prerogativa della moto francese è l’avvenieristica monoscocca realizzata in materiale composito di fibre di carbonio e kevlar, che sostituisce l’usuale telaio in tubi.

L’intera scocca pesa solo 6 kg ed è scomponibile in tre pezzi: quello anteriore sostiene la forcella, quello superiore funge anche da serbatoio principale e quello inferiore racchiude motore, cambio e attacco del forcellone. In caso di rottura durante la gara, lo stesso pilota può smontare il motore. Il cannotto di sterzo è regolabile nell’inclinazione per adeguarlo alle caratteristiche del percorso. 

Le principali modifiche rispetto al modello precedente riguardano l’attacco superiore degli ammortizzatori debitamente rinforzato, ed il fissaggio del forcellone, ora più robusto e meglio dimensionato. La forcella è di tipo “rovesciato” con escursione di 300 mm, il forcellone è in lega leggera ed agisce su due ammortizzatori posti molto in avanti per accre-scere l’escursione della ruota posteriore che è ora di 280 mm.

Il peso a secco dichiarato è inferiore a 170 kg; un risultato davvero notevole dovuto al massiccio uti-lizzo di leggero materiale compo-sito. Il motore tedesco è accredi-tato di una ottantina di cavalli a 6500 giri; distribuzione ad aste e bilancieri con due sole valvole per cilindro, accensione elettronica ad anticipo automatico anch’esso elettronico e carburatori Bing a depressione da 40 mm. La frizione è a secco, il cambio è a cinque rapporti e la trasmissione finale ad albero.

Moto di Francesco Fermani
Foto di Alessio Corradini

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TIME MACHINE – I nostri inviati hanno scovato in Francia il Team Suzuki che stava testando la nuova monocilindrica con cui la casa di Hamamatsu tenterà di recitare il ruolo di protagonista alla prossima Parigi Dakar ’88.
Dalle indiscrezioni sembra abbia una cilindrata record di 750 cc ed una potenza di circa 65 cv. Interessante il tipo di raffreddamento misto aria/olio. Dalle foto la moto non ha ancora una livrea definitiva, ma sembra, da voci bene informate che un munifico sponsor di sigarette sia interessata a mettere i suoi adesivi su quel ampio serbatoio.
I piloti che sostituiranno i fratelli Joineau e Michele Rinaldi saranno il belga Gaston Rahier, André Boudou e l’italiano Giampiero Findanno.

 

Parlare e scrivere di personaggi che hanno lasciato un segno indelebile in questo sport e non sono più fra noi non è mai facile, abbiamo quindi preferito ricordarlo con le parole di chi lo conosceva bene.

Massimo Montebelli aveva partecipato a sette edizioni della Parigi–Dakar. In cinque di queste era riuscito a tagliare il traguardo e nel 1993 era arrivato il suo miglior piazzamento, ottavo, davanti a tanti famosi e strapagati professionisti.

Con lui credo se ne sia andato un pezzo di storia della Dakar, quella vera come amava chiamarla lui, aveva vinto la categoria Marathon alla Paris-Le Cap con Meoni nella stessa squadra, la Yamaha BYRD, mi piace pensare che si siano ritrovati lassù e continuino a parlare di corse dune di sabbia e prove speciali. 

Ma la moto era anche il suo lavoro, specialmente per quanto riguarda la realizzazione a mano di serbatoi speciali. Per questo era stato soprannominato, e noto in tutta Italia e anche all’estero, come il mago dell’alluminio.
(Fonte Massimo Marcaccini – Riders)