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Roma 2004

Re tra i Re – Nani Roma

La lunga marcia di Nani Roma verso la vittoria finale nella gara africana più dura, una vita verso Dakar.
di Guido Conter

E’ passata la mezzanotte da qualche ora. Il mondo intero si sveglia all’ora di pranzo dopo avere bevuto e ballato per festeggiare l’inizio del 1996. Juan Roma Cararach si sveglia in testa alla Dakar. Dietro di lui tutti i giganti: Peterhansel, Orioli, Arcarons, Kinigardner. Quel pomeriggio del primo dell’anno mentre monta la tenda, a Oudja in Marocco, la luce nei suoi occhi è davvero particolare.

“Era la mia prima Dakar, tutto sembrava facile”

Quell’anno la gara partiva da Granada. La prima tappa fino a Malaga la vince Tiainen ma lui è lì che se la gioca alla pari col finlandese e con Trolli su un terreno impossibile, da enduro estremo. La seconda in Marocco da Nador a Oudja la vince Kini ma lui è sempre lì. Sulle pietraie marocchine Peterhansel con la Yamaha bicilindrica fa fatica, Roma non si fa pregare, per un attimo gli tremano i polsi, poi spalanca il gas e si mette dietro il drago il cui solo pronunciare il nome metteva soggezione.

Roma è in testa in classifica generale dopo 463 chilometri, nella tappa successiva verso Er Rachidia (552 chilometri di cui 328 di speciale) prende la ruota di Peterhansel e non lo molla. Dove è guidato Nani lo supera, sul veloce l’altro gli passa accanto e lo riempie di polvere e pietre, per fargli capire che quello è il gioco dei grandi, si nuota in mare alto ed è lo squalo che detta legge.

Mancano 6564 chilometri a Dakar ma i giornali e le televisioni di tutto il mondo non parlano che di lui, è l’uomo nuovo anche se è un po’ presto per dirlo. Il ragazzo è molto simpatico ed è bellissimo da vedere alla guida, la sua tecnica incanta e in molti sono convinti che possa vincere presto, forse subito.

Nani Roma, Re fra i Re

Nani Roma, Re fra i Re

Ma chi è Juan Roma Cararach? Non viene dal nulla, non si è improvvisato pilota. Nel campionato spagnolo di enduro è sempre tra i primi, ha vinto un campionato europeo con una Husqvana 250 2 tempi nel 1994, anno in cui è stato medaglia d’oro alla Sei Giorni. Nel 1995 vince la Baja Aragon e come premio Jordi Arcarons lo porta alla Dakar. La sua Ktm è poco più che standard ma va bene così e a testa bassa sfida i giganti senza timore. Qualcuno al bivacco gli dice di andare piano ma lui questo avverbio non lo capisce. Lo capirà il giorno dopo. Quando si sveglia dopo aver perso i sensi, vede la faccia di Franco Acerbis che lo consola e gli comunica che la sua prima Dakar è andata alle ortiche. E’ durata poco ma ora il mondo intero sa il suo vero nome: Nani

Diceva il grande Fabrizio: “Mi piace molto Nani, da lui ho imparato molto, ha una tecnica raffinata, il suo corpo sulla moto è sempre nella posizione corretta”

L’anno dopo si parte ed arriva a Dakar. Il percorso è duro, faticoso fin da subito, Nani c’è ma al giro di boa, ad Agadez in Niger, cade e si rompe scapola e clavicola. Quando arrivano i soccorsi, lo trovano a terra ma la sua moto non c’è, qualcuno l’ha rubata. Verrà ritrovata sette anni dopo, a metà del 2005. L’Africa prende e dà secondo logiche a volte incomprensibili. Ora è nel suo garage a Folgueroles dove Nani è nato e vive.

Nel 1998 va forte ed è forte anche nella navigazione. Alla quarta tappa El Rachidia-Ouarzazate, si ferma e guarda in terra. La sua testa gli dice destra, le tracce degli altri dicono dritto. Che fare? “Ero sicuro che fosse destra, ma possibile che si sbagliassero tutti Arcarons, Peterhansel? Poi arrivò Fabrizio, come sempre solido come una roccia, fece un cenno con la testa, staccò la frizione e sparì nel nulla… ovviamente verso destra. Non avevo bisogno di altre conferme, bastava Fabrizio. Gli andai dietro, andammo forte come mai, ballavamo per mano in un fandango meraviglioso. Attorno a noi silenzio, dietro di noi… nessuno”
Quando arrivano al bivacco scendono dalle moto ad aspettare gli altri. Il primo arriva dopo mezz’ora.

Meoni vince la tappa, i due sono davanti a tutti di una vita. Nani vorrebbe amministrare il vantaggio ma la sesta tappa (Smara Zouerat 614 chilometri, 494 di speciale) è una pista veloce, velocissima, Peterhansel lo passa sul dritto. “Mi sembrava di essere fermo, quel bicilindrico Yamaha andava che faceva paura. Stephan aveva il fuoco dentro, mi prese 18 minuti solo in quella tappa”.

Il giorno dopo riparte verso El Mreiti, c’erano stati problemi con l’assistenza e la moto non era perfetta, a metà percorso si rompe un cuscinetto della frizione. La moto è ferma, Nani gli si siede accanto e apetta l’assistenza. L’attesa dura tutta la notte. “E’ stata un’esperienza indimenticabile, quel cielo illuminato a giorno dalle stelle”. Se avesse potuto ascolatare la musica, avrebbe alzato il volume ad una ballata di Springsteen, invece resta lì ad ascoltare il suono del deserto, un silenzio assoluto. Nani è fermo ma cresce ogni giorno di più, sa di essere forte e forse un giorno vincerà. “Vincere è sempre difficile, vince uno solo”. Per adesso va bene così e KTM gli propone un contratto per l’anno successivo. Può scegliere se fare solo la Dakar e guadagnare circa trenta milioni di lire di allora, oppure fare tutte le gare e guadagnarne meno di dieci. “Ovviamente ho scelto di correre più gare possibile”

Nel 1999 non c’è con la testa, si è separato dalla moglie da cui ha avuto una figlia due anni prima ed è poco concentrato sulla gara eppure va veloce. La KTM gli affida Giò Sala come gregario. “Mi sembrava impossibile che Giò fosse lì per me. E’ una persona fuori dal comune, un uomo buono, leale, mi è sempre piaciuto stare con lui. A volte andava più forte di me e si fermava in speciale ad aspettarmi, mi sentivo in imbarazzo, non mi sembrava logico”.

E’ in forma, va forte ma cade anche nel ’99… e fanno quattro! Si era fermato a vedere cosa fossa sucesso a Meoni fermo a bordo pista, ripartendo, a 20 all’ora prende una pietra e finisce in terra. Risale in moto, ha male ad un dito ma finisce lo stesso la speciale (Bir Mogrein-Atar 629 Km). Il medico che lo visita all’arrivo gli impedisce di partire il giorno dopo: quel dito è fratturato in otto parti.

Nel 2000 si parte da Dakar e si arriva al Cairo. KTM (che non ha ancora mai vinto) schiera un esercito di moto e la sfida è con BMW che ha vinto l’anno precedente con Sainct.

Nani è il più veloce, è imprendibile per tutti. Alla seconda tappa è in testa alla generale. Parte per primo e nessuno è in grado nemmeno di avvicinarlo. Vince la terza e la quarta tappa. A Bobo Dioulasso ha un vantaggio su Sainct di più di 20 minuti. La gara è durissima, i piloti Kappa abbandonano uno dietro l’altro.

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La sfida della Dakar 2000 è contro lo squadrone BMW

Lui ha capito come si fa, amministra dove è rischioso, fa la differenza dove sente di poterlo fare. Nani c’è e fa paura, ogni mattina parte e sparisce nel nulla, è concentrato, motivato. Per quanto gli altri cerchino soluzioni, ogni giorno il ritardo da Roma aumenta. Alla nona tappa da Waha a Khofra in Libia, Sainct attacca alla morte ma gli prende un solo secondo in 610 chilometri di speciale.

La decima tappa porta in Egitto, dove il traguardo è previsto al Cairo tre giorni dopo. A Nani basta andare, prendere la ruota di Sainct e farsi accompagnare fino alla fine. E’ fatta, nessuno gli potrà togliere il successo. “Alla KTM c’era una gran confusione, venivano montati pezzi mai sperimentati prima, i problemi meccanici erano all’ordine del giorno a causa di scelte avventate e illogiche da parte dei tecnici, le moto subivano cambiamenti sostanziali senza che ci fosse la certezza di ottenere risultati positivi. Ero in testa si, ma da solo”.

Alla decima tappa il suo motore si rompe, la moto affonda nella sabbia e con lei i sogni, le speranze, il lavoro fatto, il talento che forse nessuno saprà riconoscergli. Altro che musica, altro che silenzio. Nani si prende la testa tra le mani, attorno a lui tutto è fermo, l’unica cosa che si muove è la BMW di Richard Sainct che avanza serena verso la vittoria finale. Nani non è più il pivello del ’96, è un pilota veloce, è un campione cui la mala sorte ha tolto la coppa del vincitore. Che rabbia, che tristezza. Il tempo che passa dura una vita intera, quando riesce a ripartire dietro di sé fa il vuoto, vince le ultime due tappe. Lui, che è il vincitore della Dakar dell’anno 2000, in classifica sarà solo 17esimo.

Nani Roma Dakar 2001 su BMW

Nani Roma Dakar 2001 su BMW

BMW piazza quattro moto ai primi quattro posti nell’anno che doveva essere di KTM. Nani scalpita, a Monaco lo vogliono. BMW gli propone soldi e una bicilindrica per due anni. “Ho detto si, volevo cambiare. Il bicilindrico era la moto più difficile che io avessi mai guidato ma era una sfida, volevo provare”

Al prologo della 23esima edizione, fa l’assoluta a pari tempo con l’amico Sala. “Fare il tempo in una speciale guidata da sei minuti con quella moto è stato semplicemente esilarante, era difficile, era pesante, ingombrante” Con quella moto era difficile pensare alla vittoria finale, ma lui ci prova, vince un paio di tappe prima di ritirarsi per una caduta dove si rompe un ginocchio. Vince la KTM, vince un irrefrenabile Meoni.

“BMW decise poi di ritirarsi con un anno di anticipo. Ero senza moto e senza lavoro. Chiamai Kini, non mi lasciò nemmeno finire di parlare: KTM è la tua casa, puoi tornare quando vuoi, per te una moto ci sarà sempre”.

Nel 2002 in gara ci sono due persone. Nani Roma, il talento e Fabrizio Meoni il gigante. Fabrizio si è costruito una moto addosso. A fine estate si era presentato al Rally d’Egitto con la nuovissima bicilindrica LC8. In quel rally ha lasciato Roma in testa per quasi tutta la gara per poi andarselo aprendere sul finale e metterselo dietro. Fabrizio è in stato di grazia, fa quello che vuole e non sembra avere punti deboli, per batterlo ci vuole concentrazione, velocità, tattica.

Dalla quarta alla settima tappa Nani è in testa alla generale, a Zouerat nell’ottava, Meoni prende il comando. Nani inizia il suo inseguimento: alla dodicesima i due sono molto vicini e con distacchi minimi arrivano fino a Tichit in Mauritania. Mancano due tappe decisive per la vittoria finale della Dakar 2002. Ed è qui che accade l’incredibile.

Quattrordicesima tappa Tichit-Kiffa 473 chilometri. Nani si volta e continua ad andare, si volta ancora e continua per la sua strada, non capisce se si è perso o se è quella la giusta via. Perché non c’è nessuno? Dove sono gli altri? Eppure la pista è qui, il GPS dice così, anche il roadbook. O forse no?

“Avrei dovuto fare mezzo giro e andarmi a cercare la traccia buona, era chiaro che non potesse essere quella. Sentivo che stavo sbagliando ma non ho avuto la lucidità per tornare indietro”.

Pochi metri dopo Nani è sopra la cresta di una montagna, cerca di salire, cerca di trovare un varco, cerca una valle dentro la quale infilarsi, cerca un buco per uscire dal tunnel. Nani è in gabbia, sbatte la testa contro le sbarre e cerca di un’uscita come una tigre allo zoo. Dove si è infilato non può essere un terreno da Dakar, è un percorso di trial!. La moto gli cade dalle mani, gli scivola giù dalla montagna, prova a salire, ad uscire ma cade ancora. La sua moto è troppo pesante e ingombrante, nessuno sarebbe in grado di portarla fuori di lì. Non passa nessuno. Fabrizio è a pochi metri da lui in linea d’aria, ma a in basso a fianco alla montagna e viaggia in un pistone da 120 all’ora. Mentre l’altro va, Nani cerca di fare mulattiere impossibili.

Un elicottero della televisione francese, segue tutta la sequenza, dall’alto le telecamere seguono gli sforzi dell’animale impazzito. Il veivolo resta sulla scena, non lo può abbandonare a sé stesso. E prova, prova, e prova ancora. La montagna è più grande di lui ma Nani continua, sputando sangue, a cercare di salirgli sopra. Poi scende a fondo valle, rallenta, è seduto, la moto balbetta ed è fuori controllo, cammina a stento perché è senza pilota, Nani è aggrappato al manubrio ma semi-svenuto. La moto avanza lentamente per forza d’inerzia, poi si china a terra con il suo pilota inerme. L’elicottero si posa al suo fianco. Nani trema, ha freddo, è terrorizzato. “Non ti sei fatto male”, gli surrurra dentro il casco Gerard Roltz, giornalista di France Television. No, non si è fatto niente, è caduto da fermo. Ma dentro si che ha male: “stupido! Bastava fare mezzo giro, invece ho cercato di scalare l’Everest!”.
Il grande campione, la speranza che sette anni prima aveva fatto scrivere di sé, è ancora una volta in ginocchio.

“LC8 era la mia moto, mi piaceva più di ogni altra, KTM decise di darmela dopo quella Dakar, fui molto contento, vinsi subito in Tunisia”.

Dopo tanti piazzamenti, tante cadute, tanta sfortuna, una vittoria ci voleva, eppure sono molti gli osservatori a giurare che ormai Juan Roma Cararach non avrebbe più vinto. Quando avrebbe potuto non l’ha fatto per sfortuna e per cadute, ora è entrato in un loop negativo e non vincerà più, sentenzia qualcun’altro dopo la caduta a 130 orari in mezzo alla pietre fuori dalla pista sulla via verso Zilla (Libia) alla Dakar 2003 dove quasi ci lascia la pelle.

Nani Roma con Fabrizio Meoni alla Dakar 2003

Nani Roma con Fabrizio Meoni alla Dakar 2003

Chi è Roma? Si può essere re senza avere la corona? Si può essere tra i grandi senza aver mai vinto? La misura di sé è data da ciò che ognuno sente di essere, dall’apprezzamento degli altri che non è mai mancato. Tutti hanno sempre avuto grande ammirazione e rispetto per lui e questo potrebbe bastare per mettere il suo nome nella bacheca dei grandi, o forse no.

“Ho sempre corso per me stesso, non mi è mai interessata la gloria, ho dato sempre tutto ciò che potevo, in Africa le gare sono difficili, il vento gira in un attimo e quello che sembra facile diventa impossibile”.

1 gennaio 2004, Francia, parte la 26esima edizione della Dakar. Le moto al via sono 195, la numero 4 è la sua. Al prologo sotto la neve chi, dei 35 mila spettatori, è pronto a scommettere un soldo su di lui? Ci sono da fare 9506 chilometri e 500 metri, centimetro dopo centimetro, metro dopo metro. Minuti, ore, giorni. Avversari veloci, d’esperienza, intelligenti.

Lui non lo sa, eppure questa è la volta buona. Vincerà e sarà Re tra i Re.

Esteve Pujol è in testa alla quinta tappa, a Tan Tan in Marocco Nani lo affianca nella generale. Nei 1055 chilometri della tappa successiva Esteve Pujol cade, Meoni ha problemi con la sua LC8, Sainct va forte e riduce lo svantaggio vincendo la speciale. Nani vince il giorno dopo. Despres spinge ma non fa paura perché ha un ritardo accumulato all’ottava tappa. Poi il ponte aereo, ci sono problemi di sicurezza in Burkina-Faso e i concorrenti vengono aviotrasportati direttamente alla partenza della 12 tappa.

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Il 2004 finalmente è l’anno giusto per Nani Roma che si aggiudica la Dakar

Nani respira profondamente, mantiene la calma e la testa così ancora nella tappa successiva. Nella 14esima tappa da Ayoun el Atrus a Tidjikja, Nani si perde ma stavolta ritrova la strada, butta via poco più di un minuto ma resta davanti mentre Despres continua a vincere e ad avvicinarsi al podio. A Nani tremano i polsi e nella 15esima tappa, vinta da Meoni perde 2’.37” su Sainct che lo insegue, altri 2 minuti nella sedicesima ma va bene così. Perde ogni giorno secondi, minuti e guadagna ogni giorno, centimetri, metri, chilometri.

La 17esima tappa è Dakar-Dakar 106 chilometri di cui solo 27 di speciale. Vince ancora Despres, Nani accarezza la battigia del Lago Rosa con un filo di gas, corre libero, sereno verso la sua corona di Re.
Chi è Juan Roma Cararach, quello di un mese prima, un campione, ma ora ha in testa la corona che per troppi anni è stata nascosta da qualche parte sotto la sabbia.

Questa è la fine di una storia che ricomincia mezz’ora dopo la premiazione dentro la hall dell’hotel Meridien di Dakar. Nani firma per Mitsubishi ed inizia una nuova carriera a quattro ruote. “Mi sono sempre piaciute le auto, avessi avuto i soldi avrei iniziato a correre in macchina fin da subito”

Risultati

1991: Vicampione di Spagna Enduro Junior 125 cc

1992: 5º nel Cto. Europa de Enduro Senior 125 cc

1993: 4º nel Cto. di Spagna de Enduro Senior

Medaglia di bronzo ISDE

1994: Campione Europeo di Enduro Senior

Medaglia d’oro ISDE

4º Cto. di Spagna Enduro Senior

1995: 2º Cto. di Spagna Enduro 4T

Medaglia di bronzo ISDE

1996: 3º Cto di Spagna Enduro 4T

2º Assoluto del Cto. Mondo Enduro 4T

1997: Campeione di Spagna di Enduro

Campione di Spagna Raids

1999: Medaglia d’oro ISDE

2º Rally d’Egitto

2º Rally del Dubai

Vincitore Baja Aragón e Baja Italia

2000: Medaglia di bronzo ISDE

2001: Medaglia di bronzo ISDE

2º Baja Aragón

2002: Vincitore del Rally di Tunisia (KTM 950 Rally)

1º Baja Aragón

2003: 2º Baja Aragón

3º Coppa FIM Rallys T.T.

3º Rally di Tunisia

3º Rally del Marocco

Vencitore Rally d’Egitto

Vencitore Rally di Sardegna

2004: Vencitore della Dakar

2º Rally di Sardegna

Dakar 1998, Sala e Meoni e i piccoli gesti che resteranno nella storia

Sono in molti a chiedermi della “pacca” sul casco di Meoni in un video della Dakar.
Niente di che, solo che con Fabrizio avevo raggiunto un grande feeling e quindi potevo “permettermi” di fare una cosa del genere.
Il feeling è nato e cresciuto nel corso degli anni, a partire dalla mia prima Dakar nel 1998, quando in un ultimo dell’anno a Parigi, a poche ore dalla partenza, mi chiedeva se eravamo normali a stare nella stanza dell’hotel davanti alla TV guardando cartoni animati, quando fuori tutti erano di festa. Scoppiai a ridere e cominciammo a parlare di Dakar e mi rivelò alcune malizie per affrontare meglio la gara.
Sempre insieme nei trasferimenti, ore e ore in sella, e spesso con la pioggia, (non si vede l’ora di arrivare in Africa), condividendo i pochi minuti di sosta ai punti ristoro. “Vietata” la consumazione quando ci si fermava per fare benzina, mi diceva che alla Dakar non si deve perdere tempo e all’assistenza si deve arrivare il prima possibile, “ricordatelo bene!”.
In società al bivacco era un grande, saluti e consigli per tutti, olio toscano sempre in “tavola” nella sabbia del bivacco, e chiederne un po’ gli faceva girare le palle, aveva nella cassa la quantità giusta per i giorni di gara, ma poi te lo offriva volentieri. Ti chiedeva poi un parere, credente e attivo come sempre, tutti sappiamo della sua missione a Dakar.

Parlando della città di Dakar, quando nel 2001 vinse per la prima volta la gara, alla cena/festa lo obbligai a “ubriacarsi”. Non potevo vedere Fabrizio brindare con Coca Cola tutta la sera mentre lo staff KTM, al contrario, brindava alla sua vittoria con vino e birra, così gli imposi di bere almeno tre bicchieri di vino nel corso della serata, mi rispose: “e che ci vuole?”. Uno due tre in fila… in meno di mezz’ora avevamo un Meoni in forma strepitosa, che parlava austriaco come il toscano.

Strategico e combattivo proprio come un “Cinghiale”, e così lo chiamavano, sapeva aggredire speciali con forza e irruenza, ma sapeva anche passare “senza lasciare traccia”.

Infatti, fu la strategia che gli permise di vincere con la bicilindrica LC8, in una tappa dove si doveva passare su un Wait Point, situato in cima a una ripida falesia, (quella che Roma cercò di salire ma poi cadde e andò in crisi). Fabrizio con un rapido e astuto ragionamento di CAP (i gradi della bussola), capì che Roma ed io, che partivamo davanti a lui, stavamo sulla pista sbagliata, così uscì dalla pista per non lasciare tracce e, tagliando in fuori pista per alcune centinaia di metri, imboccò la pista giusta che portava in cima alla falesia. Fu così l’unico a trovare in breve tempo la direzione mentre noi tutti “pascolavamo” alla ricerca della pista, chiedendoci dove fosse finito Meoni. Il distacco acquisito gli permise di vincere la sua seconda Dakar con una moto – credetemi ve lo assicuro – veramente impegnativa, la LC8.

Oltre alle gare ho condiviso con Fabrizio anche tantissime settimane di test. In queste occasioni si consumavano giorni e notti condividendo la stanza, scoprendo le varie abitudini, le manie, i gusti, i programmi televisivi più amati, le preferenze alimentari, oltre allo stare in sella fianco a fianco negli odiosi Chott di sabbia soffice per chilometri e chilometri per testare l’affidabilità dei motori in condizioni estreme. Arrivò a percorrere 1.007 chilometri in un giorno su un anello di 38 km, (io ne feci 150 meno). Anche lo sviluppo della LC8 fu molto interessante perché era una moto tutta nuova e Fabrizio mi sorprese con la sua sensibilità quando capì che la posizione delle pedane andava cambiata per far sì che la moto non si avvitasse.
Finiti i test, ci allenavamo in palestra, in piscina e correndo, ma con lui era impossibile, troppo allenato, persino il preparatissimo Arnaldo Nicoli ne sa qualcosa.
Inoltro ricordo le risate alle Battle of King, memorabile quella di Ibiza. Ci fu la manche con i Jet Ski da Ibiza a Formentera, Fabrizio ed io, “Vecchi Lupi di Mare”, scegliemmo il modello della moto d’acqua sbagliata per il mare aperto e arrivammo alla fine così stremati che sembravamo due naufraghi.

Potrei raccontarvi ancora tante storie, ma non voglio annoiarvi, e così vi spiego il perché del famoso “schiaffo” sul casco.
Era la Dakar del 1998 ed eravamo in Mali, nella tappa che portava da Taudenni a Gao dove per sicurezza, visto il chilometraggio, fu annullata la speciale che divenne un trasferimento di oltre 1000 chilometri. Come dicevo prima, “lui in Africa, voleva arrivare presto al bivacco”, così si mise a guidare quasi come fosse in speciale ed io, da buon portant d’eau, dovevo stare con lui, ma intorno al km 800 iniziavo ad averne un po’ le palle piene di tenere un ritmo del genere, così mi avvicinai e gli diedi il famoso “schiaffetto” per richiamare la sua attenzione e avvertire che avremmo anche potuto rallentare per qualche chilometro, visto che non mi pareva tardissimo, ma lui non abbassò più di tanto il ritmo. Aveva ragione perché, nonostante fossimo tra i primi ad arrivare all’assistenza, era calata la notte da diverse ore, in quanto gli ultimi 150 chilometri si snodavano tra un intreccio di piste nel Fesh Fesh che, affrontate con le luci dei fari, risultò molto complicato guidare mantenendo il giusto CAP e l’equilibrio.
Chi lo ha provato sa cosa vuol dire.

Purtroppo la sua gara prediletta gli ha tolto la vita, lasciando una profonda tristezza a Elena, Gioele e Chiara, come a tutti noi, ma lo ricorderemo sempre per la sua simpatia e disponibilità da grande campione e persona quale era.

Giovanni Sala

Tratto da Endurista Magazine nr.42

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Ciro De Petri Dakar 1984

Ciro De Petri sfreccia verso il traguardo della sua prima Dakar, nel 1984. Concluderà 37° su KTM GS 560.

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“Ciro” De Petri al debutto Dakar 1984

Completamente privato anche il debuttante Alessandro De Petri, anche se ottimamente assistito dal bravissimo Vismara che ha curato la sua KTM di Farioli.
Sesto al Rally dei Faraoni, De Petri aveva intrapreso la sua avventura con Torri, poi uscito di gara per una caduta che gli è costata la frattura del femore.

«Per parlare della Parigi-Dakar, per spiegare cos’è bisognerebbe scrivere un libro — dice De Petri (lo farà in seguito ndr) — è una corsa bellissima e dà molta soddisfazione, ma è anche una gara pericolosissima, costellata d’incidenti e che richiede una grande esperienza. Ciò che io ho imparato quest’anno è che si può anche correre una gara di attesa fidando negli inconvenienti degli altri».

Come si è comportata la tua KTM in gara?
«La moto è andata abbastanza bene; certo, lo stato attuale delle cose non è definitivo ma già se dovessi ritentare il prossimo anno saprei dove mettere le mani. Non sarebbe comunque in assoluto a livello delle BMW e forse anche delle Honda e delle Yamaha».

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La mia Dakar 2002 by Giò Sala

Concludendo la “Dakar” 2002 al sesto posto Giovanni Sala ha ottenuto la sua miglior prestazione da quando, nel ’98, ha iniziato la sua avventura nel più affermato e difficile rally africano. All’esordio aveva infatti concluso 17°, nel ’99 si era classificato 7° ed aveva colto il primo successo di tappa, nel 2000 era stato costretto al ritiro e l’anno passato si era piazzato solo 14° ma aveva centrato quattro vittorie parziali.

“Sono soddisfatto del mio risultato, non c’è dubbio” ci ha detto il campionissimo di Gorle al suo rientro dalla capitale senegalese “anche se alla vigilia mi ero posto come obiettivo quello di concludere tra i primi cinque. Ci sono andato molto vicino, ho ottenuto due vittorie di tappa, ed ho acquisito tanta esperienza che potrò sfruttare nelle prossime occasioni che dovessero capitarmi. In questo settore credo molto e anche se ho già 38 anni penso di poter ancora dare parecchio. Del resto il vincitore della gara, il mio compagno di squadra ed amico Meoni, di anni ne ha appena compiuti 44, eppure attualmente è certamente il migliore e più completo di tutti”.

– Hai avuto due giornate di gloria ma anche parecchi contrattempi, è vero?
“Infatti, in particolare nelle prime frazioni di gara africane, quelle in Marocco. La nostra nuova Ktm bicilindrica era stata preparata soprattutto in Tunisia ed aveva corso in Egitto, quindi su terreni molli e sabbiosi. Sulle pietre e sulle rocce del Marocco ci ha creato qualche difficoltà, in particolare con la frizione, ma quando abbiamo individuato la causa del problema e lo abbiamo sistemato, tutto è filato via liscio. Qualche arrabbiatura me l’ha poi procurata la penalizzazione inflittami dall’organizzazione per il superamento della velocità all’uscita da un villaggio ma era un tratto tutt’altro che pericoloso e io non ricordo proprio di essere andato così forte tanto che ho anche pensato che fosse stato scambiato il mio numero 7 con il numero 1 di Meoni. Lui in quel punto mi ha confessato di aver dato parecchio gas. Una grossa ingenuità l’ho invece commessa nella terzultima tappa, quella marathon tra Tichit e Kiffa. Avevo vinto il giorno prima e quindi dovevo partire per primo e fare da apripista. Me la sono cavata benino ma ho saltato il controllo timbro segreto e ho subito un’altra pesante penalizzazione. Il giorno dopo avrei potuto vincere nuovamente ma ho perso un paio di minuti per soccorrere un concorrente cadutomi davanti e sono così arrivato secondo staccato di mezzo minuto mentre l’ultima breve tappa sul lago Rosa di Dakar, che ben conoscevo, mi ha consentito comunque di chiudere in bellezza”.

Come giudichi questa “Dakar” rispetto a quelle cui ha partecipato in precedenza?
“E’ stata un po’ particolare, nettamente divisa in due. La prima parte, fino a ad Atar, quanto mai poco impegnativa e selettiva tanto che la giornata di riposo dell’Epifania si è rivelata quasi inutile, almeno per noi non alle prime armi. Le tappe successive invece davvero infernali, capaci di sfiancare chiunque. Assurde, poi, secondo me, le frazioni in notturna. Bisogna considerare che ci sono buche e insidie ovunque e poi da quelle parti ti attraversano la strada decine di animali, tutti difficoltà che al al buio non è facile valutare, in particolare per noi motociclisti che possiamo disporre di impianti di illuminazione comunque limitati”.

In sella ad una monocilindrica sarebbe andata magari meglio?
“In effetti ho sofferto parecchio il peso della bicilindrica. Anche Meoni ha avuto simili problemi ma lui guida moto da rally tutto l’anno, io per parecchi mesi passo a quelle da enduro, decisamente più agili, e quindi trovo maggiori difficoltà di adattamento. In ogni caso è difficile dire come sarebbe andata e, in ogni caso, se potrò gareggiare nuovamente in questa corsa, mi piacerebbe riprovarci con la bicilindrica. Ti crea disagi in qualche tappa ma ti regala grandi soddisfazioni in tante altre”.

In questa gara si cresce solo come piloti o anche come uomini?
“E’ vero, ti dà molto anche dal punto di vista umano. Esplori più a fondo te stesso, ti suscita slanci di solidarietà che nella vita di tutti i giorni non sono altrettanto spontanei, ti tempra anche nello spirito, ti consenta di conoscere realtà tanto diverse. Anche nel rapporto con gli altri concorrenti si crea qualcosa di particolare che non avviene nelle altre gare”.

-Dopo cinque titoli mondiali nell’enduro il suo attuale sogno è proprio vincere una volta la Dakar?
“Non posso negare che questa competizione esercita su di me un fascino notevole. Tengo molto a ben figurare nei rally e siccome la Dakar è la regina dei rally è evidente che mi piacerebbe riuscire a conquistarla. Sono però realista e devo ammettere di non essere probabilmente ancora pronto, incorro ancora troppo spesso in errori grossolani, in fesserie che uno come Meoni non farebbe. Però facendo tesoro di ogni nuovo sbaglio sento anche di migliorare e chissà che prima o poi non impari tutte le astuzie e possa metterle in pratica al meglio”.

 A breve termine quali sono i tuoi programmi?
“Dopo questa scorpacciata di circa dieci mila km in sella dormendo poco o niente, penso proprio che mi concederò una decina di giorni di stop. Mi dedicherò agli affetti e ai tifosi, poi a fine mese c’è il raduno degli azzurri dell’enduro e quindi i test con la 520 con la quale parteciperò al mondiale e italiano enduro nella 600 4 tempi, la cilindrata cui ambivo già da qualche tempo. Finalmente sono stato accontentato. La prima gara importante sarà quella di apertura del tricolore, all’inizio di marzo, mentre il prossimo rally dovrebbe essere quello in Tunisia, in aprile”.

Intervista di Danilo Sechi
http://www.motowinners.it/fuoriclasse%20Bg/Sala/Sala.htm

 

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Claudio Torri Dakar 1989

Claudio Torri su KTM alla Dakar 1989

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Nani Roma – Dakar 2004

Nani Roma in volo verso la vittoria della Dakar 2004

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Cyril Despres – Dakar 2006

Cyril Despres 2° classificato alla Dakar 2006 su KTM 660

Isidre Esteve 2005

Esteve Pujol Isidre – Dakar 2005

ESTEVE PUJOL Isidre 4° Dakar 2005 su KTM 660

Cucurachi-2005

Ennio Cucurachi – Dakar 2005